Motivazioni e Note di regia

GIGI GIUSTINIANI – REGIA
Quando ho visto per la prima volta i filmati di Ninì Pietrasanta ho pensato subito che un film si doveva fare, non sapevo ancora che film, ma si doveva fare.
Non è stato poi difficile mantenere questa fascinazione anche approfondendo i materiali e vedendo la storia che ne sorgeva. La lavorazione è durata quasi due anni e credo sia stato fondamentale conservare la prima passione, così da poterla condividere con lo spettatore.
La storia di Ninì e Gabriele, partendo dalla gioia di un incontro e di un amore, si sviluppa in bilico tra felicità e dolore. E’ una storia di un amore ambientata in montagna, dove la montagna non è solo lo sfondo ma un terzo protagonista fondamentale nel loro incontro e nel loro addio.


RAFFAELE REZZONICO – DRAMMATURGIA
Quando Gigi Giustiniani mi ha chiesto di lavorare a questo film, l’ho fatto perché avevo voglia di continuare un percorso comune. Non mi è mai interessato l’alpinismo: guardavo i filmati e le fotografie, le trovavo molto belle, ma non riuscivo ad affezionarmi a questo mondo lontano e distante, a questi personaggi che non conoscevo.
Di una cosa ero sicuro: non bisognava aggiungere niente alle parole dei diari e ai racconti lasciati dai protagonisti. Bisognava cercarli là, nella loro voce: togliendo, come si fa in scultura.
Dopo qualche mese di lavoro, guardando una prima sequenza di associazioni fra le voci e i materiali visivi, ho iniziato a vedere nelle immagini delle persone che conoscevo, vive: Ninì e Gabriele. E nelle loro montagne fotografate una sfida.
Penso che Ninì sia stato il tentativo di dare vita a cose morte, di scalare una montagna, chiusi in una stanza che è insieme set e sala di montaggio.


COME È NATO IL FILM
Lorenzo Boccalatte, il figlio di Ninì, ci ha accompagnato per tutta la lavorazione del film.
Attraverso di lui, con la collaborazione di Roberto Serafin, giornalista e storico della montagna, abbiamo scoperto e raccolto i materiali che Ninì aveva lasciato: filmati, fotografie, diari, articoli, lettere.
Ogni volta che andavamo a trovare Lorenzo nella sua casa di Arese veniva fuori qualcosa di nuovo.
Ci diceva: “Ah, non vi avevo detto che c’era anche questo album, oppure queste pellicole di me bambino: pensavo non avessero importanza…”
E invece il bello delle pellicole di Ninì è proprio quel tono caldo, familiare, spesso divertito, che è lontano da quella celebrazione della forza eroica presente in molti film di montagna dell’epoca.
Ci colpiva che Lorenzo avesse una conoscenza non troppo approfondita delle imprese alpinistiche dei genitori e che di suo padre, morto quando aveva solo un anno, non avesse alcun ricordo.
La tragedia familiare e la guerra avevano tracciato un solco che i racconti di Ninì, vissuta accanto al figlio per tutta la vita, non avevano pienamente colmato.
Ci siamo resi conto presto che i materiali di questa storia appartenevano a un periodo che non ha più testimoni diretti. Ninì era morta nel 2000, all’età di 92 anni. Nessuno dei suoi compagni di cordata era vivo. Quello conservato dai quei materiali, raccolti con cura, era un mondo chiuso.Anche la stanza dove abbiamo fatto quasi tutta la lavorazione del film era un luogo chiuso: insieme terreno di ricerca, set e sala di montaggio. Siamo stati là dentro per mesi: prima a esplorare i materiali, affascinati dalla loro bellezza visiva, poi a leggere diari, a identificare persone, date, situazioni.
Poi, finalmente, a cercare un linguaggio che potesse iniziare a raccontare una storia.Una delle cose che Lorenzo Boccalatte ci aveva solo accennato riguardava la madre di Gabriele, Evangelina Alciati: era stata una nota pittrice torinese.
Un giorno, cercando informazioni su di lei, abbiamo scoperto che appena dopo la morte del figlio aveva preso una tela (su cui aveva dipinto delle donne che fanno il pane), l’aveva girata e sul retro aveva dipinto, di getto, la scena della veglia al cadavere del figlio Gabriele, a Courmayeur.
Tutti i personaggi della storia sono riuniti là: Gabriele disteso sul letto, vegliato dalla madre; vicino a lei Ninì, in piedi, girata di spalle, con in braccio Lorenzo che guarda invece fuori dal quadro, verso di noi. In alto, da una finestra, si vedono le cime dei monti.
In quel quadro abbiamo visto l’intero film, racchiuso in una scena, il suo punto di partenza e di arrivo. La relazione/lo scontro fra quella famiglia e la montagna, fra l’amore per un compagno, per un figlio, e il desiderio inarrestabile di superare le soglie dell’ordinario, le costrizioni del quotidiano.Evangelina Alciati, subito dopo l’accaduto, ha scritto anche una lettera, tremenda e bellissima, su cui abbiamo lungamente riflettuto durante la lavorazione del film:

“Forse mio figlio è stato un fortunato. A Lui verrà risparmiata la suprema tristezza della vita, la trepidazione continua, l’angoscia di esser vivi in un mondo materiato di sciagure. Forse il correre quei pericoli che correva lui era già un distacco, un non espresso desiderio di morire.
I suoi compagni che lo portarono a braccia e che faranno quasi tutti la stessa fine avevano sul viso un’eroica volontà per cui la vita è una povera cosa che si può buttar via in un attimo senza rimpianti.
Il suo ultimo viso che era come la pietra tombale di un guerriero antico, mi ha trascinata su quasi fino a lui in un punto in cui la vita e la morte non sono più nulla e c’è la pace. […]
E poi c’è quel meraviglioso bambino che sorride ineffabilmente alla vita e la sua povera mamma. A lei è rimasta quella gioia straziante, mai più il padre rivedrà il bambino!
Tutto scompare prima o dopo, è lo stesso. Che bolla di sapone!”

Spesso ci siamo detti che questa storia, in fondo, la stavamo raccontando a Lorenzo.

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